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sabato 23 ottobre 2010

A Single Man

E adesso parliamo di cinema. Anzi, del cinema. Perché "A single man" è cinema con la C maiuscola, grande cinema per intenderci. Uno di quei film che racconta tutto in poche parole. Scene semplici, quasi abbozzate, con una discrezione vagamente annebbiata di distacco e di abbandono, un po' come George Falconer, il protagonista, l'eroe, l' "uomo solo". O, piuttosto, solitario. George è immerso in una tragedia tutta sentori e sentimenti per cui cerca un epilogo. Una trama, ormai, non gli interessa, nuovi intrecci, non lo riguardano. La morte gli ha sottratto l'amore e il pensiero della morte la vita. Si barcamena tra oblio e incertezza, tra ricordi invecchiati e affetti interrotti sul nascere. Il suicidio è la forma di una nuova salvezza.   E, arricchito di un valore tutto sacrale, viene preparato, assaporato, alimentato. Una sorta di laico calvario ad una sconsacrata crocifissione. Ha il sapore di un rifiuto, più che di una resa. Di disprezzo per una società   retta da misantropia e paura, un'umanità perdente. E poi, l'incontro. Nessun amore esagerato, all'orizzonte, nessun "vissero felici e contenti". Semplicemente, un incontro. Ed una grande fine, forse la più sincera, né lieta né drammatica. Magari inaspettata, sicuramente vera.

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