Etichette

Cerca nel blog

mercoledì 26 gennaio 2011

Per mia colpa, mia colpa, mia grandissima colpa...

Ci sono dei momenti in cui si ha la sensazione di non vedere al di là della complicazione, in cui la vita è tutta un grande stento e i giorni non sono più nient'altro che un alienato avvicendarsi di doveri e relazioni. 
Non si può che assistere al mondo come ad un manifesto già letto e sorpassato, ci soffochiamo nella consapevolezza della realtà e l'affondiamo nell'illusione e nel sogno. Ci assorbe l'infinito che lasciamo tutto quanto un incubo abbozzato, vogliamo farlo nostro a forza di definizioni, e allora sentiamo "assoluto", "eterno", "sconfinato" in ogni dove, sulle pubblicità di viaggi e sulle testate dei giornali. Non ci appartiene l'infinito, possiamo solo presagirlo, e difficile non è tanto saperlo ma accettarlo. Le religioni dispensano consigli ed omissioni, per mia colpa, mia colpa, mia grandissima colpa, perché sanno che il rimorso è il prezzo da pagare per credersi assolti e fingersi felici. Sono i "puri di cuore" gli eletti, senza comprendere che in fondo la purezza sta nell'autenticità e non nella costruzione di etiche e morali ultraterrene e immaginarie. Comprate l'infinito e avrete la terra. La terra è qui, di fronte a noi, tutta concreta e materiale, la terra non va cercata in altri mondi, va scoperta giorno dopo giorno nella sua muta presenza. Io credo in ciò che è vero, e non nell'improbabile, e la felicità è solo una chimera per farci derivare. Perché, citando Kant, "la morale non è la dottrina del come renderci felici, ma del come diventare degni di possedere la felicità".  

sabato 15 gennaio 2011

"La Versione di Barney", dagli scaffali al cinema.

Tutti hanno un libro nel cuore. O, più che un libro, un personaggio. Tutti hanno il proprio eroe, che non necessariamente deve essere vincente. Basta che sia umano. E capace di soffrire, di essere solo, di amare e di sorridere. Barney, alla luce di ciò, è un eroe in piena regola. Ironico, impulsivo, dolcemente e rumorosamente sbandato, capace di amare alla follia e incapace di arrendersi alla realtà e persino a se stesso. Le parole di Mordecai Richler, tenacemente sarcastiche e commoventi a tratti, emozionanti e mai eccessivamente tragiche, ne tracciano un ritratto efficace e icastico, di fronte al quale è impossibile rimanere indifferenti, parole che ci regalano non solo un personaggio, ma anche un amico, un compagno di viaggio. Il film, contrariamente alle aspettative dei lettori più scettici, che alla notizia della sua uscita nelle sale quasi si sono spaventati all'idea di imbattersi un Barney diverso da quello che si erano immaginati e che avevano conosciuto, ricostruisce con successo la psicologia del protagonista e della sua vicenda. Indubbiamente la feroce e brillante satira che regna sovrana tra le righe del romanzo ne esce, nella resa cinematografica, decisamente sminuita e smussata, tuttavia la tensione emotiva di fondo e la personalità di Barney emergono, pur mantenendo il distacco disincantato che è anche del libro, in tutta la loro ricchezza. C'è tutto. Il vizio dell'alcol e dei sigari, la vita sregolata e mai scontata, i matrimoni falliti e rovinati, droga, sesso, morte, ma anche amore, la tenacia del sentimento, l'irrazionalità totalizzante e l'aggressività dell'emozione. E per tutto una legge sola: " A pensieri grandi devono corrispondere azioni altrettanto grandi". E' la più radicale alternativa alla ragione. Perché nel mondo di Barney non c'è equilibrio, soltanto sensazione.

mercoledì 5 gennaio 2011

Per il 2011: The Big Bang Theory!

(For the english version scroll down!)

Cominciamo con un po' di buoni consigli per l'anno nuovo, in particolare, parliamo di televisione.
Ho scoperto The Big Bang Theory circa un anno fa, lo ammetto, forse con un po' di ritardo, ed è stata una bellissima sorpresa, cosa piuttosto insolita visti gli standard dei palinsesti italiani. Per la prima volta protagonisti non sono i soliti bellocci palestrati o gli studenti di scuole assolutamente improbabili, con insegnanti giovani e amichevoli che hanno tresche con le bionde dell'ultimo anno,  e nemmeno ragazzini di età indefinita, che si aggira tra i dodici e i diciassette anni, coinvolti in vicende tanto patetiche quanto irreali.   Qui abbiamo Sheldon Cooper, un fisico teorico geniale, che ha ottenuto il dottorato di ricerca a sedici anni, che non permette a nessun altro di sedersi al suo posto sul divano, che sa tutto di fumetti e di informatica, che non sopporta chi litiga e ha una serie di insolite manie tra cui quella di bussare tre volte alla porta e poi dire ad alta voce il nome della persona cercata prima di entrare in una casa. Poi c'è Leonard Hofstadter, un fisico sperimentale allergico al lattosio, consapevole della natura nerd sua e dei suoi amici e per questo vagamente a disagio, appassionato di videogiochi e di gare di aquiloni, innamorato di Penny, la vicina di casa allegra e "normale", attrice nelle ambizioni e cameriera in un ristorante di cheese cake nella realtà. Infine ci sono Howard Wolowitz, un ingegnere ebreo morbosamente attaccato alla madre, pervertito e convinto che gli space shuttle da lui costruiti siano un'irresistibile arma di seduzione, e Raj Koothrappali, astrofisico, indiano, incapace di parlare con le donne se non quando è ubriaco. Nel giro di pochi minuti si è completamente avvolti da un mondo vagamente folle, assurdo, divertente e a tratti magico, dove la fisica diventa argomento di umorismo e quello nerd uno stile di vita, dove è il mondo dei cosiddetti "normali" a sembrare alieno e le idiosincrasie di Sheldon diventano ben presto una realtà amica e quasi familiare. Il tutto mediato da tonalità leggere e sarcastiche, in alcuni momenti caricaturali. Anche per chi è completamente a digiuno di scienza, dopo qualche episodio di adattamento, il divertimento è assicurato.

Let's start with some suggestions for the new year: Do you know "The Big Bang Theory"? I'm not speaking about the scientific explanation of the origin of Universe, I'm referring to the situation comedy produced by Warner Bros. I discovered it one year ago (I'm italian, and in Italy everything is late...) and it has been for me a fantastic surprise. For the first time the protagonists are not athletic and cool boy nor college students with young and friendly teacher who have love stories with blonde and attractive girls, nor kids between twelve and seventeen years old, involved in improbable events and situations. 
Here we have Sheldon Cooper, a genius, a theoretical physicist, who earned his PhD at sixteen, who does not permit anyone to sit down on his own place on the sofa, who knows everything about computers and informatics and who has some absurd  manias like that of knocking three times on the door saying loudly the name of the person is looking for. Then there's Leonard Hofstadter, an experimental physicist intolerant of lactose, conscious of being geeky and a little bit embarrassed at this, who loves ray competitions and video games, fallen in love with Penny, the nice, cute and "normal" neighbor, aspirant actress and waitress at Cheese Cake Factory in her everyday life. In conclusion, there are Howard Wolowitz, a jewish Aerospace engineer, who lives with his mother even if is thirty, a little bit perverted who uses the space shuttle he builds as an arm of seduction, and Raj Koothrappali, an astrophysicist from India, who cannot speak with women if is not drunk. In few minutes you will be totally involved in a strange, mad, funny and quite magic world, where Physics becomes object of humor and geekiness a way of living, where the "normal" world seems alien and absurd, and Sheldon's idiosyncrasies become familiar and quite real. Even for those who don't know anything about science, the amusement  is guaranteed. 

lunedì 27 dicembre 2010

Gattaca:"Il migliore dei genomi possibili"

Voglio parlarvi di un film. Voglio parlarvi di un film dove non sono le scoperte scientifiche a determinare il mondo ma la capacità che l'uomo ha di gestirle. Di un film dove l'identità non si legge negli occhi ma nel sangue, dove il destino non è più destino ma programmazione. "Gattaca" è la storia di Vincent, un "nato per fede" che vive in un mondo dove gli uomini sono geneticamente perfetti, o comunque possessori del "migliore dei genomi possibili", parafrasando Leibniz. Davanti a lui, colpevole di normalità e di imperfezione, il futuro non ha prospettive, le stelle e le scienze sono un sogno lontano, la discriminazione assume tratti via via più reali e marcati. Il determinismo è la cifra del mondo e la casualità vuole essere debellata e sconfitta. Un trionfo? Il caso e la sorte hanno sempre spaventato l'essere umano e la scienza è sempre stata un eccellente mezzo per contrastarli, per capire qualcosa di più, per conoscere l'oltre. Tuttavia è il caso a salvare l'uomo. E' il caso a concedere le opportunità e a toglierle. E sarà il caso a guidare l'ascesa di Vincent, armato di nulla se non della sua volontà. Il trionfo di una laica indipendenza che non ha limiti se non nella sua stessa esistenza. La forza del sogno e del libero arbitrio. Un sogno che tocca con mano l'orizzonte e si dirige alla volta dell'infinito.

domenica 26 dicembre 2010

Ho sentito dire Natale

A natale mi rendo conto che il mondo non è altro che un grande ventricolo storto che apre le porte al conforto ma le chiude alla coscienza e alla consolazione.
A natale la città è illuminata di una luce grottesca che ruba realtà e la ricambia nell'illusione di una nuova consapevolezza.
A natale non esiste opinione perché in fondo tutto deve essere senza dubbi migliore, perché lo dice il vangelo e nessuno ne dà una motivazione.
A natale si respira la svendita dei buoni sentimenti e dell'onestà dove tutto dev'esser gratuito e poi non si fa che parlare di soldi, regali e non ditemi che questa non è venalità.
A natale la giustizia diventa un grande ricorso dove ciascuno rivendica falsi diritti e nasconde l'indifferenza sotto il nome della libertà.
A natale le famiglie s'incontrano come dopo migliaia di anni, e poi sono abbracci sorrisi parole e confidenze svuotate dove non resta che un pugno di convenzione e nemmeno un accenno di amore.
Natale non è che un ricordo, il fossile di un momento lasciato alla vita e sottratto al rimorso.
Natale è soltanto una notte più lunga di un'ora, dove il dolore si maschera di un ipocrita e falso candore.
Natale per altri è il momento dell'invidia e del rancore.
Natale per chi non ha niente è la festa di chi ha carta dorata al posto del cuore.
Natale per molti non è altro che un giorno con il suo bambino affamato che muore.

giovedì 23 dicembre 2010

Un po' di possibile sennò soffoco (Deleuze)

Quando questo mondo potrà farci sentire finalmente liberi? Libertà di pensiero e di parola. Imprescindibili, senza dubbio. Libertà di sognare. Necessaria, sì, ma fittizia. Il sogno rende tutti prigionieri, ci chiude in una cattività di irrealizzabile e impossibile. Avere grandi sogni ci aiuta a sopravvivere, ma vederli giorno dopo giorno affondati dalla realtà ci distrugge. Il sogno ci getta in un mare di orizzonti per poi farci naufragare. Siamo ubriachi di sogni. Così come di desideri. Siamo storditi dai sogni, pensiamo a volare e disimpariamo a camminare. La società ci vende sogni, nei negozi, con la televisione, nei tabacchi, tra sigarette e alcolici. Ma i sogni non hanno confezione e nemmeno la scritta "Il sogno uccide". I sogni sono come una nuvola azzurra che dispensa pace di sensi e brandelli di serenità stonata d'evidenza e d'abbandono. Ma i sogni non ci uccidono perché sono sogni, ma perché sono impossibili. L'impossibile ci abbaglia, ci trascina nella sua bellezza senza dimensioni e poi ci lascia soffocare. E i giorni diventano momenti di continui ripensamenti, un cadere ininterrotto nelle grinfie di verità dolorose da cui fuggire per dimenticare la frastornata certezza di non farcela. Forse dovremmo imparare a sognare qualcosa di possibile. Forse, questo possibile, dovremmo implorarlo e supplicarlo, come si fa con i diritti la libertà ed il pane. Questa sarà la nostra nuova rivoluzione,  questa sarà la nostra guerra e avremo come traguardo l'infinito. Perché quel giorno stringeremo in mani di speranza il nostro sogno e la sua realizzazione sarà il nostro grido.

lunedì 13 dicembre 2010

Se protesto voglio essere picchiato.

Non sono autolesionista. E non ho manie (almeno non dichiarate) suicide. Dico soltanto che sono stanca di sentire il termine diritto costantemente confuso con quello di compatente concessione. Diritto di manifestare non significa essere trattati come matti capricciosi cui basta concedere quattro vie e un paio di piazze in cui gridare, come prigionieri ciechi e affranti, il proprio perché e un mezzo destino. La protesta ha un senso nel momento in cui è percepita come un gesto forte, di sfida. E perché ciò accada deve creare scompiglio, deve provocare uno scontro. Che non significa necessariamente portare alla violenza, soltanto non evitarla. Chi protesta lancia segnali di rabbia e di contestazione, ma nel farlo non solo deve accettare, ma anche desiderare di subire delle conseguenze. Solo così il suo appello verrà ascoltato. Gli studenti occupano le scuole. Gli studenti "fanno sentire la propria voce". Niente di più falso. Il nostro è un silenzio gridato. E, perciò, inascoltato. Occupiamo e la settimana successiva ciascuno entra in classe come se nulla fosse accaduto, senza alcun rischio, nemmeno quello della critica del preside o di un professore. Facciamo un'azione illegale e la polizia ci ignora del tutto, o quasi. La verità è che siamo una generazione di protetti. La verità è che ci stanno distruggendo con una resistenza indifferente e passiva. Costantemente si sente parlare dei "mitici anni sessanta". Ebbene, negli anni sessanta la polizia sparava, negli anni sessanta gli studenti uccidevano e morivano, negli anni sessanta si finiva pestati o in carcere. Adesso noi vogliamo scendere a patti con una società che già in partenza ci ha tolto l'iniziativa. Durante le assemblee di istituto si sentono gli studenti più grandi rassicurare i più giovani dicendo di non preoccuparsi, di partecipare all'occupazione, perché tanto i professori non ti mettono cinque in condotta e non vieni sospeso tanto meno bocciato. Ebbene, è proprio per questo motivo che la situazione non cambia. Dandoci il diritto di protestare, sono riusciti a toglierci il diritto, estremamente più nobile e sacro, di soffrire per quelle stesse idee per cui lottiamo. Hanno tolto dignità a ogni nostra azione. Perché chi ha delle convinzioni forti non ha paura di mettere a rischio la propria libertà per affermarle. Perché chi ha paura o è un vigliacco, e allora non otterrà mai alcun risultato, oppure non crede davvero nei propri ideali. E il messaggio che ne deriva è che questi ideali non hanno valore, che non sono dopotutto così significativi e nemmeno troppo fondati.